Quando la tecnica non basta: voce, emozioni e giornate storte
- Marco Ferraro Speaker

- 19 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Nel lavoro di speaker e voice over si parla spesso di tecnica: respirazione, dizione, interpretazione, controllo del tono.
Sono competenze fondamentali, senza le quali non si va lontano. Ma c’è un aspetto di cui si parla meno, e che incide profondamente sulla qualità del nostro lavoro: lo stato emotivo con cui entriamo in studio.

Perché la voce non è mai solo suono; è presenza, è energia.
Ci sono giornate in cui tutto funziona: accendi il microfono e la voce risponde esattamente come vorresti.
E poi ci sono le giornate storte: quelle in cui sei stanco, teso, poco concentrato; quelle in cui vorresti essere altrove, o fare tutt’altro.
In quei momenti la tecnica resta una base solida, ma da sola non basta.
La voce registra tutto, come il respiro corto, la rigidità, la distrazione.
Cercare di “forzare” una prestazione perfetta spesso peggiora le cose.
Con il tempo ho imparato che la chiave non è combattere quello stato emotivo, ma gestirlo e trasformarlo.
Un primo passo concreto è scaricare la tensione, prima ancora di pensare alla performance può essere riscaldarsi sbadigliando (sì sì hai letto bene - puoi provare una serie di tre-quattro sbadigli, ad intervalli di un minuto, per cinque volte).
Il secondo passaggio è forse il più delicato: usare l’emozione invece di eliminarla; se sei stanco, o ti senti poco brillante, rallentare può darti autorevolezza; se ti senti distante, lavorare sulle parole chiave può riportarti dentro il testo.
L’emozione non è il problema. Il problema è volerla cancellare invece di incanalarla.
Infine, arriva una fase che considero fondamentale: l’ascolto.
Riascoltare una take con attenzione senza chiedersi “mi piace?”, bensì “cosa arriva davvero?”. Spesso ciò che internamente percepiamo come limite, all’esterno diventa coerenza, verità, credibilità. Questo esercizio aiuta a separare il giudizio personale dal risultato reale.
Essere speaker significa anche questo: esserci, anche quando non è facile. Non reprimere le emozioni, ma governarle; non negare il proprio temperamento nei momenti storti , ma trasformarlo in linguaggio.
Perché alla fine chi ascolta non percepisce solo una voce tecnicamente corretta, percepisce una voce che vive, e che sta al servizio del messaggio.
Ed è proprio in quell’incontro tra tecnica e umanità che il nostro lavoro trova la sua forza più grande.
Marco




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